In tempi di vacche magre e in mancanza di guerre estive, in questi giorni i giornali stranieri attingono a una risorsa che offre sempre nuovi spunti, l'Italia. Non solo vademecum di stagione tipo Cosa fare a Firenze in 36 ore (uno degli articoli più cliccati due settimane fa sul sito del New York Times) ma anche la rottura fra Berlusconi e Fini: il Financial Times paragona il premier a Cesare e il presidente della Camera a Bruto: in un commento dal titolo «Et tu Gianfranco?» predice instabilità ma ricorda «nella politica italiana nulla è certo».
Insomma le bellezze artistiche sono eterne, i governi come al solito traballano e non sarà che l'Italia è "troppo italiana" si chiede il New York Times? In un lungo reportage, David Segal parte da un'eccellenza made in Italy - i tessuti della fabbrica di Carlo e Luciano Barbera - per spiegare agli americani come lana e cashmere prodotti dalla classica dinastia familiare, venduti a brand come Armani, Zegna e Ralph Lauren, indossati da Angelina Jolie in Salt, non assicurano risultati finanziari stellari. Unicità, tradizione, artigianato devono fare i conti con un paese che, dall'inizio della Crisi 2008, inserito regolarmente nell'informale lista degli stati che preoccupano l'Europa. Insomma l'Italia, settima economia mondiale, è lo swing factor di questa crisi, il più grande fra i paesi fragili e il più vulnerabile fra i grandi paesi.
Non basta che pochi giorni fa le sette banche italiane abbiano superato gli stress test e che più volte sia stato affermato come non vi sia un rischio bancarotta: il quotidiano di New York scrive: Ricerche e dati rivelano sintomi di sofferenza che ricordano molto quelli della Grecia. Poi l'elenco delle similitudini. I mali: un debito pubblico che è al 118% del Pil, pressochè identico alla Grecia. E i rimedi: Roma come Atene ha cercato di tranquillizzare l'Eurozona varando un pacchetto di austerity che dovrebbe dimezzare il deficit, al 2,7% del Pil, entro il 2012.
I paragoni lusinghieri finiscono qui, gli altri difetti sono tutti nostri, unici come gli abiti di Barbera. Il problema non sarebbe il debito di dimensioni greche ma la mancanza di crescita che coinvolge tutto il paese e le sue eccellenze. Bisogna solo tutelare meglio il made in Italy e regolare le etichette? Quello è solo uno dei tanti ostacoli - scrive il giornalista del Nyt - i problemi veri sono una incredibile idiosincrasia con la cultura del business una sfiducia così radicata unita a una diffusa avversione al rischio e alla crescita che agli occhi di un americano appare quantomeno bizzarro. Poi si passa ai mali corporativi, le resistenze alle liberalizzazioni delle associazioni di categoria (in italiano nel testo). Il cronista annota In Italia anche le baby sitter hanno un'associazione e riporta le disavventure dell'economista Francesco Giavazzi su un taxi milanese verso l'aeroporto. Il calcolo del tempo dei tassametri italiani è un'informazione preziosa: gli americani sanno che si rischia di pagare anche 20 minuti prima di essere saliti a bordo. Tutto ciò è legale e in fondo risaputo: dai tass al tessile - conclude il Nyt - l'Italia preferisce la tradizione alla crescita.
ilsole24ore.com
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